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be shorter, to make the difference in an indifferent world

In un ambiente sempre più complesso e connesso i nostri interlocutori hanno sempre meno tempo e attenzione. Per questo rifuggono da ciò che è nuovo e quindi per loro complesso, anche se rappresentare un potenziale vantaggio. In queste condizioni dobbiamo diventare più “brevi” a comunicare e progettare il cambiamento, permettendo così agli altri di comprendere e sfruttare le opportunità che gli stiamo offrendo.

consentendogli così di comprendere e mettere in pratica le opportunità che gli stiamo offrendo.

Appunti x articoli: tutti parlano di innovazione, ma chi la fa?

Il nostro cervello è costruito per cambiare e adattarsi ad un ambiente che ha un certo livello di complessità: se i compiti e il “rumore” aumentano oltre una certa soglia, il cervello non ha risorse sufficienti per capire e adattarsi, per questo si chiude alla novità, rinuncia al cambiamento, attuando solo processi noti e automatici. (L’aumento di messaggi e compiti imposti dalla routine digitale riduce e frammenta il tempo e l’attenzione, e con essi la nostra capacità di affrontare la complessità di un cambiamento. “Internet ci rende stupidi?” il titolo del best seller del sociologo Nicholas Carr alimenta un dubbio scomodo….)

Eppure solo diventeremo consapevoli di questo problema potremo trasformarlo in un’opportunità, valorizzando ciò che abbiamo, persino ciò che ci minaccia. La disorganizzazione italiana, che genera rumore e alimenta l’immobilismo, può essere vista come una risorsa per studiare i limiti delle nostra capacità di adattamento e sviluppare strategie che ci permettono di imparare e innovare in condizioni estreme. Per farlo dobbiamo diventare consapevoli delle nostra naturali capacità di semplificazione del nostro cervello e dei singoli neuroni. Solo conoscendo e usando meglio i processi della mente possiamo rendere il “nuovo” più breve.

In un mondo in cui tutti si definiscono creativi siamo inondati di tecnologia, abbiamo smesso di innovare. Le poche buone idee annegano confuse dal nel mare magnum in cui tutti si sentono creativi e pensano di avere idee straordinarie. Trovare idee che funzionano è un lavoro che richiede tempo, competenze e non si impara in un corso di 48 ore: si assite allo strano fenomeno di persone che fanno il corso di design thinking per il fine di insegnarlo il giorno dopo. Se queste persone non hanno mai prodotto innovazione possono insegnarla? In teoria sì, in pratica proprio no. Se da una parte p vero che il DT porta in azienda la cultura e talvolta la reotrica dell’innovazioneè anche vero che poi tutto finisce lì…shorter etc….

 

*** La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che quello visivo sia un processo creativo inconscio che non racconta solo come vediamo, ma anche come creiamo concetti e idee! Provare a comprenderlo porta ad afforntare sotto-problemi enormi che vanno dalla decodifica del codice neurale (in quale lingua comunicano i neuroni?) fino a quale ruolo abbiano attenzione e coscienza all’interno dell’intero processo.

** I successi dell’intelligenza artificiale non devono trarre in inganno: il fatto che macchine e sensori riescano a simulare comportamenti umani non significa che il cervello usi algoritmi e codice binario, se mai che esistono modalità diversi per svolgere un compito. (Il computer usa milioni di calcoli, molto più velocemente del miglior matematico, eppure non riesce a riconoscere un’immagine con la stessa precisione ed efficienza). Se il più “stupido” dei computer riesce ad eseguire calcoli molto più velocemente del miglior matematico, ma non sa comprendere e riassumere un testo, significa che tra i due sistemi esista una differenza di fondo, sia in termini di quantità che di qualità di elaborazione: il cervello umano utlizza un approccio più lento e “impreciso” rispetto alla macchina, ma proprio per questo riesce a fare ipotesi, correggerle, fino a raggiungere l’obiettivo. Grazie alla capacità di “sbagliare” il cervello riesce è molto più flessibile ed efficiente nello svolgere compiti come imparare o riconoscere un’immagine.

*Perchè sembriamo sempre più rifuggire da ciò che è concettualmente nuovo? In fondo il cervello umano è costruito per comprendere cose nuove, produrre cambiamenti, adattandosi all’ambiente. Esiste solo un modo per impedirgli di farlo: vivere in un ambiente rumoroso, frammentato e disorganizzato, dove messaggi e compiti di routine aumentano, diminuendo le risorse necessarie compiere compiti complessi. Complicazione e disordine sono un formidabile strumento per mantenere i cervelli fermi. Questo problema noto, nasconde un’opportunità perchè ci obbliga a sviluppare processi di comunicazione, progettazione e cambiamento più coerenti con il cervello, e quindi con il tempo e le risorse cognitive disponibli nell’era digitale. Se troviamo il modo di progettare contenuti e processi talmente adatti al cervello da poter essere capiti e utilizzati anche con le poche risorse disponibili, possiamo innescare un rinascimento culturale, che ridà “senso” anche alla tecnologia. Ciò non significa spiegare la relatività generale in un tweet (ci sono limiti fisiologici alla semplificazione, che dopo un pò perde informazione), ma piuttosto porsi l’obiettivo di ripensare concetti e strumenti (e persino i metodi per progettarli) in un formato più coerente con le risorse cognitive disponibili nell’era digitale, in una parola più “short”. Solo se diventeremo più “brevi” possiamo favorire interdisicplinrità e innovazione di cui tanto si parla.

****Credo che l’esperienza del disegno possa diventare a tutti gli effetti uno strumento di indagine complementare, fornendo al ricercatore una struttura di insieme sul processo della conoscenza visiva.